La solita passeggiata mattutina mi aveva portato più lontano di ogni altro giorno. Inevitabile si poteva dire, dal momento che dormivo sempre meno e non scrivevo nulla da mesi, il computer attendeva paziente un risvegliarsi dell’ispirazione, anche solo un piccolo guizzo a dimostrare che qualcosa laggiù era ancora vivo. Invece niente. Macinavo chilometri dalla mia casa in campagna, sentieri in mezzo ai campi, piccoli guadi di minuscoli torrenti, un salto veloce in paese. Adoravo l’aria aperta, ormai le città puzzavano in maniera insostenibile, io e papà eravamo stati tra i primi a fuggire. In campagna era tutto più diluito, più lento e naturale, anche le carcasse in mezzo ai campi, intente al loro lavoro, muovendosi nel loro caratteristico procedere a scatti, con facce stupite, come fossero perennemente sorpresi di trovarsi lì. Superai un gruppo di loro intento a caricare balle di fieno su di un camion, non mi notarono neppure, invece l’odore di putrefazione mi colpì come un pugno, il più grosso era una carcassa all’ultimo stadio, umori scuri gli uscivano dagli occhi, come lacrime malate rigavano le guance necrotiche, poi c’erano due ragazzi già mingherlini di loro e una ragazza con lunghi capelli biondi su quel volto scuro. Inchiodai lo sguardo all’orizzonte, non potevo sopportarli, eppure anch’io, come la totalità della popolazione mondiale gli dovevo tanto, oserei dire tutto. Un vita di scrittore alle spalle, senza alcuna preoccupazione di qualsivoglia lavoro o necessità di guadagnare. L’umanità sembrava proprio aver raggiunto la felicità assoluta, libera dal giogo del produrre, del lavorare a scapito delle carcasse che svolgevano ogni sorta di compito, col loro strano incedere a scatti e l’innocenza disarmante che gli faceva ubbidire agli ordini degli uomini. All’inizio c’era stato panico e terrore, mio padre me lo aveva raccontato più di una volta, quando le carcasse avevano cominciato a grattare i coperchi delle bare, a scavare la terra a mani nude e uscire dai cimiteri, con quell’aria stupita di chi non sa bene dove si trova. Molti uomini si erano organizzati con armi, facendo saltare la testa alle immonde creature, mio padre era stato uno di questi, cacciatore fin da giovane, aveva solo dovuto adattarsi al nuovo bersaglio. “Dovevi vedere il panico, questi continuano ad alzarsi fino a quando non gli hai spappolato per bene la testa, la gente che scappava gridando che il giorno del giudizio era giunto.” Mi raccontava fumando con calma la lunga pipa. “Poi abbiamo scoperto che sono innocui e abbastanza stupidi, fanno ciò che gli dici.” Un’altra profonda boccata di pipa. “E così è iniziata la pacchia.” L’umanità aveva potuto dedicarsi alle arti, agli studi e alle scienze, così per diletto, in una sorta di beato Mondo senza responsabilità. Naturalmente qualcuno aveva protestato, le solite voci dei dissenzienti che gridavano allo scandalo, al eticamente scorretto, ma i cimiteri continuavano a svuotarsi e qualcosa bisognava pur fare. Tutte le Chiese del Mondo trasudavano indignazione, gridando di lasciare i morti alla terra, soprattutto perché pareva non avessero inclinazione alcuna per la conversione religiosa, non manifestavano neppure sentimenti nei confronti di parenti e amici conosciuti in vita, si limitavano a fare ciò che veniva chiesto loro secondo ciò che avevano appreso in vita. Di fargli imparare cose nuove non se ne parlava, i grandi sfruttatori avevano pensato d’importare carcasse dal terzo mondo, congelarle e avere a disposizione una forza lavoro per decine di anni, ma non aveva funzionato, fuori dall’ambiente dov’erano vissute le carcasse non si adattavano, strade nuove, città sconosciute, lingua straniera, non si adattavano e andavano in confusione, vere e proprie crisi di panico. Così ognuno si era tenuto i propri morti, con una democraticità che solo la natura sa mettere in atto. Mio malgrado dovetti ritornare verso casa, a passo sempre più lento, il disagio dentro e la mente asciutta di qualsivoglia idea per un nuovo romanzo, o anche solo una storiella. Mi aspettava vicino all’ingresso, una mano appoggiata alla balaustra e i vacui occhi slavati fissi su di me, le sopracciglia alzate nell’espressione di stupore a cui andavo abituandomi. “Ciao papà.” Dissi, ma lui non rispose. Era morto otto mesi fa, tre settimane dopo me lo ero ritrovato alla porta di casa che cercava di entrare, sapevo che sarebbe successo. Secondo la legge era mio, destinato a servirmi e lavorare per me, le carcasse mantenevano la forza di un uomo robusto, a qualunque età fossero morte. Mi seguì strascicando leggermente i piedi, sembrava non aver possibilità di scelta autonoma, mi pedinava per le stanze e aspettava una mia parola. Quando andavo a fare la mia passeggiata quotidiana dovevo dirgli: “Resta qui.” E ovunque fosse il qui lui si bloccava e al ritorno lo ritrovavo nell’esatta posizione. “Preparami un’insalata, con un po’ di formaggio.” Dissi mentre andavo a lavarmi, sembrava gradire che gli venisse dato qualche compito, o almeno così a me piaceva crederlo. Era stato un forte trauma riconoscere fra i lineamenti necrotici di una delle tante carcasse, quelli del mio papà, sentire la voce terrosa che gli zombie conservavano dalla morte uscire dalla bocca sdentata, mi rendevo conto che lo evitavo sempre più, a disagio in sua presenza e preoccupato quando non lo vedevo, dormivo già male e quella sera mi uccise per sempre la tranquillità del sonno. Avevo finito di mangiare e lui stava sparecchiando la tavola, trascinando i piedi e muovendosi all’interno dei suoi segmenti spezzati da piccoli scatti e cambi di direzione. Lui si era bloccato con il piatto nella destra e un bicchiere nella sinistra, mi aveva fissato e poi aveva detto: “Dimmi figliolo, è questo il paradiso?”
Pubblicato sulla rivista Inchiostro N°3/4 Agosto/Settembre 2005
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