Nemmeno quattro ore che
mio fratello è scomparso, che già non riesco a sopportare
la solitudine intorno a me. E’ come un veleno che ti scorre dentro
provocando una strana sofferenza a ondate regolari, dolore e solitudine,
rimorso e sofferenza. Questo buco di stanza ora sembra enorme. So bene
che dovrei per lo meno uscire, camminare magari fino a sfinirmi, tanto
il freddo di fuori è uguale a quello dentro, da una settimana non
avevamo soldi per comprare la legna per la stufa. Io andavo a prendere
le cassette di frutta in mezzo all’immondizia, quel legno che brucia
subito e fa solo finta di scaldare.
Da tre giorni gli stavo costantemente vicino, lui sapeva che erano gli
ultimi, io non ci credevo, sono sempre stato ottuso sulle mie convinzioni.
Cazzo sono un uomo di mani non di cervello, me lo diceva sempre mio padre
e io non me la sono mai presa perché sapevo che era vero.
Quattro anni di differenza hanno fatto di me un fratello maggiore responsabile
e preoccupato, cosciente di essere l’apripista del più piccolo.
Ogni cosa ero io a provarla per primo, battere il sentiero al mio fratellino
dagli occhi nerissimi e tanto grandi, che si prendevano l’attenzione
di chiunque lo guardasse. Ma nel tempo questo rapporto si è invertito,
lui esplorava, provava, si incuneava in ogni cosa che lo attirasse. Prima
di iniziare la scuola sapeva già leggere e, lo sospetto adesso,
fare i conti elementari. Negli anni di scuola è sempre stato il
primo della classe, ma non l’ho mai visto sui libri più di
un’oretta al pomeriggio. Ricordo che ci fu un periodo in cui ero
invidioso di lui, più che altro perché mi avevano bocciato
in seconda liceo e poi in quarta. Ma Fabrizio non dava molta importanza
alla cosa, i suoi successi scolastici lo lasciavano indifferente. In ogni
momento c’era qualcosa che lo entusiasmava di più, aveva
suonato la chitarra fino a quattordici anni, senza contare tutti gli sport
che aveva attraversato. La sua camera era un caleidoscopio di palloni
da basket, maglie e racchette da tennis, mazze da baseball, scarpette
coi tacchetti, attrezzatura da arrampicata, sci e snow board. Si buttava
su qualsiasi cosa lo entusiasmasse e poi cambiava con una volubilità
impressionante, faticavo a stare dietro a tutte le sue attività.
All’inizio una cosa lo prendeva completamente, non parlava d’altro,
dedicava ogni secondo a quell’attività, i suoi occhi neri
si accendevano di una luce profonda. Poi piano piano lo sguardo diventava
opaco, mi sembrava addirittura impallidire, segno inequivocabile che tutto
l’entusiasmo lo aveva abbandonato.
Da bambino aveva collezionato francobolli, monete, pietre, figurine e
tessere telefoniche, per poi decidere che le collezioni non erano per
lui. Passava periodi in cui era sempre in giro ed altri tappato in camera
sua con un libro o davanti al computer, esplorando Internet tanto che,
quando arrivava la bolletta del telefono, mio padre s’incazzava
come una belva. Poi anche di quello si è stufato, capitava che
lo trovavo davanti al computer acceso a fissare la parete. Non conosco
tutto quello che ha sperimentato, ad un certo punto è diventato
troppo faticoso stargli dietro, la sua vita era di una frenesia così
violenta che io di riflesso non mi dedicavo a niente. Fancazzista patologico,
che occhieggiava il fratello minore come fosse una strana specie di animale.
Deve aver provato a scrivere, perché per un paio d’anni spediva
grosse buste a case editrici, non so quando ha trovato il tempo di farlo.
Si è dedicato all’elettronica, trovavo fili e circuiti stampati
per casa e cacciaviti piccolissimi, incastrati negli anfratti fra scrivania
e muro.
Così venivo a sapere della vita di mio fratello, attraverso le
cose che buttava. Aveva smesso da un pezzo di raccontarmi delle sue faccende,
oppure aveva avvertito la mia costernazione e cercava di tenermi all’oscuro.
Così non seppi mai chi fu la sua prima ragazza o quando fu la sua
prima volta, ma anche con le donne la sua incostanza era allucinante,
forse ne ricordo un paio, quelle più carine, con le tette più
grosse o il culo più sodo. Io sono stato per sette anni con una
compagna di seconda liceo insignificante come un tostapane, fino a quando
mi ha mollato, dicendo che nella vita non avrei concluso niente, che aveva
bisogno di sicurezza e che dovevo darmi da fare. Insomma si era rotta
le palle.
“Ma si può sapere perché ti sbatti tanto?” Era
una tiepida sera di autunno. Io e Fabrizio stavamo fumando una canna nei
giardini sotto casa, una delle rare volte che non era indaffarato in qualcosa
e riusciva a dedicare qualche momento a suo fratello maggiore. Ricordo
che già lividi e tagli avevano cominciato ad apparire, ma ancora
non mi preoccupavo, insomma un ragazzo di diciassette anni iperattivo
e adrenalinico come lui è soggetto a qualche piccolo incidente.
“Perché.” Mi ha risposto alzando lo spinello. “Noi
siamo come fumo, c’è bisogno di ancorarsi per non volare
via.”
Gli ho risposto che la canna doveva avergli bruciato il cervello, abbiamo
riso, accantonato l’argomento con la faciloneria dei giovani. Mi
sono sempre chiesto se in quel momento avrei dovuto parlargli di più,
approfondire, farmi spiegare cosa intendeva e cosa provava. Chissà
se le cose sarebbero andate diversamente, ma probabilmente no, ci sono
cose in questo mondo che sono oltre la nostra portata, al di là
delle capacità umane d’intervento.
Studente mediocre mi sono ritrovato con un sessantadue sbattuto in faccia
in fondo ad un liceo durato sette anni, di andare all’università
non se ne parlava. Ho cominciato a cercare lavoro, partendo dalla gavetta
e rimanendo sostanzialmente allo stesso livello, fino a sei mesi fa, quando
ho dovuto licenziarmi per stare vicino a Fabrizio.
Dopo il diploma lui è andato all’università, ovviamente
le sue capacità si sarebbero sprecate con qualsiasi lavoro manuale,
penso che sia stato il periodo più bello della sua vita, per quanto
io possa capire i suoi processi mentali così alieni a me. L’ho
visto correre su e giù con libri per ogni facoltà, schemi,
materie, esami e anni di studio. Lo sguardo lucido e attento, a tavola
non parlava d’altro, avevamo ripreso le chiacchierate notturne,
come quando eravamo bambini e sgattaiolava in camera mia a parlare. Era
entusiasta, negli occhi la luce della passione, la fiamma che bruciava
il combustibile del suo entusiasmo. Ha iniziato filosofia, poi psicologia,
teologia ed infine sociologia. Alla termine di ogni avventura lo vedevo
svuotato, sbattuto sul divano o sdraiato in camera con lo sguardo vacuo.
Una sera di luglio sono tornato dal lavoro, impastoiato dal sudore mio
e delle altre persone schiacciate sui mezzi pubblici. L’ho trovato
solo in casa, sbattuto sul divano, indossava solo una scarpa, jeans e
maglietta a maniche lunghe, ovviamente portava sempre maniche e pantaloni
lunghi. Al mio saluto ha sputato un grugnito, fastidioso come catarro
in fondo alla gola, lo sguardo era quello opaco dei momenti peggiori.
“Cosa è successo?” Non ho mai saputo lasciarlo stare
come mi consigliavano tutti, ho sempre dovuto cercare di proteggerlo,
provare a capire cosa non andava, l’istinto di protezione era più
forte di me.
“Niente.” Non mi guardava, fissava nel suo modo opaco la tenda
bianca, uno sguardo da vecchio, stanco di troppi giorni al Mondo. Ricordo
di aver pensato che somigliava a un tossico, il pensiero mi si è
incagliato dentro come un sasso nella scarpa. Mio fratello si bucava?
Io non me ne ero mai accorto! Troppo impegnato a scaccolarmi il naso dalla
mattina alla sera? Ho cercato nel suo volto la conferma, poi il mio sguardo
è sceso alle braccia, sulla manica destra si allargava una macchia
scura.
“Cosa hai fatto?” E’ scattato evitando la mia presa.
“Niente!!” Si scherniva coprendo la manica, i suoi occhi scivolavano
bassi, evitavano i miei, prendevano tempo e cercavano distanza.
“Voglio vedere!” Ricordo la rabbia che saliva, la voglia di
prenderlo a schiaffi, dargliene tante da farlo rinsavire immediatamente.
“Tira su la manica!!”
“Che cazzo vuoi?” Era scattato in piedi, più piccolo
e gracile di me, non avrebbe mai vinto in un confronto fisico. L’ho
strattonato, preso per un polso e tirato su con violenza la manica. Sull’avambraccio
il sangue usciva lento da tre buchi, ma non erano stati certo aghi da
siringa, erano grossi come matite, probabilmente profondi.
“E questi?” Ho chiesto interdetto, non riuscivo a darmi una
minima spiegazione.
“Niente.”
“Niente un cazzo, come te li sei fatti?” Girava lo sguardo
evitando il mio, in quell’atteggiamento del cazzo che trabocca sensi
di colpa da ogni poro. Non rispondeva e faceva salire la rabbia.
“Sei stato tu?” Nessuna risposta, occhi bassi, labbra strette.
“Te li sei fatti da solo?” Si è liberato il polso ed
è corso in camera sua. Sul pavimento una goccia di sangue aveva
formato un piccolo bottone rosso.
Da quel giorno sono sempre stato attento, spesso scorgevo tagli e lividi
sulle braccia, le gambe non le mostrava mai, per spogliarsi si chiudeva
sempre dentro il bagno. Ad ogni tentativo di parlarne rispondeva invariabilmente:
“lascia perdere”. Fino al giorno che lo hanno ricoverato al
pronto soccorso. Il giorno in cui mia madre mi ha telefonato al lavoro
piangendo, pregando di andare al pronto soccorso che Fabrizio stava male.
Lei era tornata dalla spesa, le braccia cariche di borse e Fabrizio non
apriva la porta, aveva scampanellato per un po’, arrendendosi e
chiamando il custode che aveva un altro mazzo. Mio fratello era chiuso
in bagno e non rispondeva, una spallata del grosso portinaio aveva risolto
il problema. Fabrizio era sdraiato nella vasca da bagno, coperto di sangue.
“Non penso sia stato un tentativo di suicidio.” Aveva detto
il dottore, io costernato me ne stavo lì, davanti all’uomo
in camice bianco, incapace di dar voce alle domande che mi riempivano
la testa di voci. “Suo fratello è completamente pieno di
tagli e lividi. E’ un’abitudine.”
“Come?” Ma potevo intuire. Già dentro di me capivo
che il gioco si era spinto un po’ troppo in là, che dagli
oggi e dagli domani aveva combinato la cazzata.
Me lo hanno mostrato che ancora dormiva. Aveva il torace, le cosce e le
braccia piene di cicatrici, ma penso che non si può capire se non
si è visto. Non si può credere che un uomo possa rigarsi
di cicatrici talmente fitte da non riconoscere le une dalle altre, da
non poterne seguire una dall’inizio alla fine senza incontrarne
un’altra che le taglia la strada. Sono rimasto a lungo a fissare
il suo busto incorniciato dal pigiama azzurro, fino a quando l’infermiera
ha richiuso i bottoni e il dottore mi ha tirato fuori dalla stanza.
“E’ una cosa che va avanti da anni.” E forse negli occhi
del dottore leggevo un po’ di rimprovero.
“Cosa devo fare?” Ho chiesto, era tutto talmente enorme che
non avevo idea di come comportarmi. Il primo impulso mi ordinava di riempirlo
di schiaffi sonori. Di fargli capire a suon di cinquine che stava rischiando
grosso.
“Le consiglierei uno psichiatra, qualcuno che possa parlare a suo
fratello, cercare di capire cosa lo ha spinto a fare quello che ha fatto.”
“Lei conosce qualcuno?”
Così è cominciato il pellegrinaggio dagli strizzacervelli
vari. Alle terapie singole, di gruppo, con e senza musica, con e senza
acqua. Una processione che riusciva solo a gonfiare le tasche di quei
dottori. Io non ci ho mai capito molto di quelle cose, d’altra parte
io sono uomo di mani e non di mente, l’ho già detto?
Facevo in modo che non restasse mai da solo, che non potesse chiudersi
in bagno o in camera sua. Avevo dovuto parlare con mamma e papà.
Penso che la morte di mio padre sia stata la conseguenza di questo figlio
così strano che non accennava a guarire. Perché andava avanti,
succedeva ancora e nessun cazzo di dottore poteva farci niente.
Poi mio padre è morto, il cuore ha sussultato un po’ e ha
smesso di camminare. Mia madre lo ha seguito due mesi e mezzo dopo, un
tuffarsi nella vecchiaia e nella morte a precipizio. Non potevo credere
di essere rimasto solo con Fabrizio, la responsabilità mi attanagliava
togliendomi il respiro. Ma per un certo periodo dopo la morte dei miei
era sembrato migliorare. Quando tornavo a casa lo obbligavo a spogliarsi
e a mostrarmi il corpo, non ci sono stati tagli per tanto tempo. Poi una
sera sono tornato a casa, aveva un braccio fasciato.
“Mi sono ustionato con l’olio bollente.” Ha detto. “Non
ho fatto apposta.”
Ho voluto credergli, avevo bisogno di credergli. Due settimane dopo era
caduto dalle scale rompendosi una gamba, guarita quella si era inavvertitamente
tagliato una mano aprendo una scatola.
Ho venduto la casa per assumere un’infermiera, di fargli fare terapia
non se ne parlava più, non avevo un Euro in banca, vendere la macchina
e andare in giro in bicicletta è stato un attimo.
“Perché mi fai questo?” Gli dicevo quando la rabbia
era troppo grande per starmi dentro. “Perché fai così?”
Avrei voluto usare un apriscatole sulla sua testa, giusto per controllare
se non potessi fare qualcosa per via diretta.
“Lascia perdere. Lasciami perdere.” Fissava altrove con i
suoi occhi un tempo lucidi, fattisi incredibilmente opachi e smorti, i
suoi capelli di ventiquattrenne stranamente ingrigiti nell’arco
di nemmeno un anno, non c’erano più giorni di attività
febbrile, stava sbattuto sul divano o sul letto, a fissare la televisione
più che guardarla e, quando abbiamo dovuto venderla, a fissare
il muro.
C’è voluta un’altra corsa in ospedale. Un’altra
conferma che niente era passato, che eravamo ancora al punto di partenza.
Il dottore mi aveva mostrato vari buchi tutto intorno alla pancia e sotto
le ascelle.
“Si deve essere infilato degli aghi o degli spilli. In modo che
lei non potesse vedere.”
Non avevo più risorse, mi sono licenziato e siamo venuti a vivere
in questa soffitta, almeno non paghiamo l’affitto. Ero deciso a
fargliela piantare a qualunque costo. Stare con lui ventiquattr’ore
su ventiquattro, legarlo quando non lo potevo controllare. Sì!
Legarlo, non mi lasciava altra scelta.
E’ successo sei mesi fa e ho mantenuto la parola.
“Non sai cosa stai facendo.” Mi ripeteva, gli occhi grigi
e velati sembravano coperti dalla cataratta, era mortalmente pallido con
le vene azzurrine in evidenza.
“E allora dimmelo!!” Gridavo al colmo della rabbia, sull’orlo
della pazzia, solo un passo mi separava dal confine.
“Siamo fumo Edoardo.” Mi ha detto, gli occhi grigiastri fissi
su di me. “Se non c’è qualcosa che ci ancora a questo
mondo ce ne voliamo via. Sensazioni alle quali prima o poi inevitabilmente
ci assuefiamo ed è in quel momento che la presa sul mondo viene
meno e si comincia a perdere consistenza” Parlava a fatica, fischiando
aria dai polmoni ad ogni sillaba. “Il dolore è una sensazione
a cui difficilmente ci si abitua, mi serve per prendere tempo.”
Dio, lo sentivo dire queste cose e non potevo fare altro che fissarlo
a mia volta, provare a ribattere qualcosa, vedere se riuscivo a penetrare
la pazzia che se lo stava mangiando. Mi veniva male a vederlo legato a
quel letto. Ho pianto tanto in questi mesi, ora non ho più lacrime.
Piangevo e cercavo di farlo ragionare, accendergli una piccola luce così
che avrebbe potuto ritrovarsi.
“Allora se tendiamo tutti ad assuefarci perché non siamo
ridotti come te?”
“Perché la maggior parte di noi non è conscia della
propria natura. E’ la consapevolezza Edoardo, la consapevolezza
ci frega. Un bel giorno si capisce la vera natura del mondo e si è
fregati.” Risucchiò aria con un fischio raccapricciante.
“A me è capitato presto, troppo presto. Sono sempre stato
un bambino precoce, in tutto.”
Stavo a sentirlo cercando una via d’uscita, per lo più pensavo
che una persona non può essere convinta di simili cazzate, mi chiedevo
come avrei potuto convincerlo, non sono mai stato bravo con le parole.
I dottori mi avevano ripetuto fino alla nausea che la sua realtà
è diversa. Una realtà schizofrenica con leggi diverse.
Lo guardavo magro e ingrigito, quasi inconsistente sotto le coperte che
gli avevo buttato addosso, mi è sembrato che si assottigliasse
e che stesse cominciando a scomparire, nella penombra non potevo esserne
sicuro, ma la sua pelle diventava trasparente. Preso dal panico ho strattonato
le coperte, vedevo il materasso attraverso le sue esili braccia, solcate
da venuzze azzurre.
“Fabrizio.” Devo aver sussurrato, poi il pigiama si è
afflosciato rivelando la mancanza del suo contenuto. L’ho preso
in mano atterrito dall’orrore, incapace di realizzare, sentivo il
suo odore fra le trame di tessuto, ma lui era scomparso, proprio scomparso,
davanti ai miei occhi.
Non sono nemmeno quattro ore che mio fratello è scomparso e già
il mio spirito formicola dentro di me, è una strana sensazione,
una tendenza ad innalzarsi, a staccarsi dal pavimento ed elevarsi...come...come
fumo...fumo costretto in un contenitore. Fumo che prende coscienza di
se stesso. Dovrò procurarmi un coltello, grosso e bene affilato.
Pubblicato sulla rivista Inchiostro N°3/4 anno 10 agosto/settembre 2004
|
Se vuoi votare il racconto sul sito di Inchiostro vai qui Grazie!! |
|