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Sedeva immobile. Fra le braccia tepore di pelle di bambino.
Delicate carezze rosee.
Sedeva immobile, agitando uno sguardo disperato per la stanza. Tutto a
posto, le diceva la mente, ma un presentimento orribile insisteva che
non era tutto a posto. C’era qualcosa di scuro dentro, qualcosa
che non riusciva a guardare.
Diffidava dei suoi sensi, percezioni alterate che non dicevano mai la
verità. Sensazioni che passavano come carboni ardenti, la lasciavano
ustionata. Facevano male.
Aveva imparato a sedere immobile. Bloccare ogni iniziativa prima di combinare
guai. Controllo le avevano detto i dottori dai camici bianchi. Respiro
e controllo. E lei sedeva immobile, cercando di sentire il suo respiro,
lo poteva vedere, azzurro, uscire dalla sua bocca. E lo sguardo si agitava
fra i mobili, lucidi e immacolati, il pavimento splendente di ore e ore
di fatica. La sua casa. Il nido dell’amore, quasi un sorriso osò
sporgersi dalla finestra del suo viso, ma lo trattenne. Il matrimonio
era giallo. Splendente e caldo la faceva stare bene. Il suo uomo vicino,
il tepore sotto le coperte. Il focolare domestico che scaccia il gelo
bianco. L’abbandonarsi blu nell’odore del suo uomo.
Anche l’ospedale era bianco. L’odore di disinfettante le veniva
addosso, infermieri sgarbati la spingevano e gridavano. Anche le grida
erano bianche. Uscivano dalle bocche colpendola e facendola rabbrividire.
Pensava poco al passato, alla confusione, alla paura di sbagliare che
si agitava viva dentro. Le persone normali sanno cosa devono fare, ma
lei no.
Ricordava il vetro della scuola che andava in frantumi. La traiettoria
arcuata del libro. Fare uscire le voci degli altri ragazzi, suoni dai
colori violenti, bianchi o metallici, oppure rossi simili a sangue e fosforescenti,
sovrapposti uno all’altro rimbalzavano sui muri e sulle finestre
e tornavano a colpirla senza tregua. Sotto la finestra c’erano delle
persone. A scuola non c’era tornata più.
Spostò lo sguardo a una sensazione di movimento, come uno spasmo.
Sapeva che le cose che vedeva non erano vere, aveva imparato la fiducia
cieca nell’altro. Sua madre e i dottori e gli amici le dicevano
che non era vero niente. Non c’erano occhi e mani nel buio. Non
c’erano insetti sul pavimento, nessuna cosa strisciante nei muri.
Aveva passato ore e ore ad ascoltare il suo respiro, nel silenzio. Sentirlo
salire e scendere come un’onda color acquamarina, una spuma più
chiara in cima. A volte non ce l’aveva fatta. A volte i fantasmi
la toccavano, avevano mani fredde e bagnate. Avevano l’odore degli
asciugamani umidi. A volte lei gridava.
Aveva gridato?
Lo sguardo strisciò sul pavimento. Oltre la porta. Fin sotto i
mobili. Non c’erano insetti. Era tutto pulito. Ma la sensazione
viscida era acquattata e pronta a scattarle addosso. Era stata brava,
lui sarebbe tornato e l’avrebbe baciata. Poteva sentire il respiro
nel silenzio. Il silenzio non ha colore, ti permette di concentrarti e
stare tranquillo.
Era tanto che non commetteva errori. Che non finiva a girovagare per qualche
strada sconosciuta. Dopo aver corso scappando dai colori violenti dei
rumori. Trovarsi fra gente estranea. Scoprirsi nuda, con addosso le voci
blu dei lampeggianti. Come si chiama? Un bagliore accecante. Dove abita?
Gli occhi feriti si socchiudevano. Deve venire con noi. Si metta questo,
intervalli di buio fra una parola e l’altra. La sensazione ruvida
della coperta.
Suo padre che se ne andava. Aveva lasciato un freddo impossibile. Un freddo
color metallo, che al solo toccarlo lascia vesciche nell’anima.
Era il colore del pianto di sua madre, la disperazione cristallizzata
in quel metallo che rifrangeva ogni sentimento, dandogli angoli taglienti
e spigoli e proprietà contundenti. Non immaginava che si potesse
soffrire in quel modo.
Era stato allora che aveva cominciato a controllarsi. Piantare i denti
nelle labbra. Le unghie nei palmi. Impugnare i capelli e tirare, tirare
fino alle lacrime e oltre. Non guardare, non sentire, non vedere.
Sono malata, diceva.
Sei malata, ripeteva.
Loro ti vogliono aiutare.
Devi lasciarti aiutare.
E non importa se le voci bianche e i rumori color acciaio facevano male.
L’ospedale bianco è il posto dove si guarisce. Dove il tempo
si smarrisce in ritmi di passeggiate verdi e azzurre. Medicine dai sapori
ocra e marroni. Punture rosse, tutte le punture erano rosse. Mangiare
e dormire, la luce della camera e il buio della notte, nuove passeggiate
e ricominciare tutto da capo. Poi i test, i colloqui, le voci grigie degli
esaminatori. Le notti insonni, agitate dal terrore di sbagliare.
Non importa se i colori ti colpiscono, tu devi stare ferma, immobile.
Ascoltare il respiro.
Il proposito della mattina: Voglio essere una donna normale.
Normale vuol dire una casa, un uomo e una famiglia. Il focolare domestico
giallo tenue, che scaccia il freddo. Normalità è l’odore
del suo uomo, un blu morbido in cui affondare e perdersi con fiducia.
La chiave nella toppa interruppe lo sfrigolare della mente. Il suo ritorno
a casa la commuoveva. Era bello e lei se lo guardava sempre, era il suo
uomo in fondo. Lui non sorrise, la fissò dilatando gli occhi in
uno sguardo di orrore gelido.
La macchia scura dentro salì improvvisa, allagando terrore che
traboccava dal naso e dalla bocca. Lo sguardo seguì quei i rivoli
nella discesa densa verso il suo grembo, il piccolo fra le braccia, la
mano schiacciata sul viso. La pelle cianotica; impressa l’impronta
rossa delle sue mani.
Alzò lo sguardo. Lui fissava come a dire, che hai fatto. Conosceva
quello sguardo nero, fatto da tutti i colori del mondo. Avrebbe ingoiato
ogni giustificazione.
Disperata cercò qualcosa da dire.
Cercò di pescare dalla cosa scura che aveva dentro.
- Gridava.-
Pubblicato sulla rivista Inchiostro N°6 anno 7 dic.2001/genn.2002
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