Sole a picco
su una terra deserta e spaccata dal caldo spietato. Montagne tutto intorno
a creare una valle dove l'ombra non riusciva ad essere di conforto. Al
riparo dai pungenti raggi del sole, il caldo sembrava scoppiarti dentro,
dilatarsi fino a spremerti gli occhi fuori dalle orbite.
L'attesa su tutto.
La folla che guardava in un punto.
Sopra la folla un palco.
Sopra il palco pochi privilegiati stavano rigidi in atteggiamento fiero
e composto.
Sopra i privilegiati i sacri simboli del culto, incisi sulla roccia e
colorati col sangue degli infedeli.
Sopra tutto l'attesa.
La folla emise un boato al suo apparire, nessuno sentiva il caldo, l'effetto
del sole spietato sopra loro. Con loro c'era solo l'attesa e il bisogno
di vedere colui che chiamavano profeta.
L'uomo che si faceva chiamare il profeta assaggiò il godimento
che gli procurava l'ovazione dei suoi fedeli. Piacere intenso centuplicato
su ogni sguardo che lo adorava. Sugli occhi che gli dicevano: "Comanda
e noi obbediremo". Alzò una mano e si fece silenzio. Strinse
forte le mascelle come a contenere l'immensa gioia che gli dava il controllo
di tutte quelle persone. Un piacere più intenso di quello che sapevano
dargli le sue giovani ancelle-guerriere nei momenti di riposo dalle fatiche
della conquista.
La storia è fatta dai potenti, aveva sempre sostenuto. Spalancò
le braccia urlando: -Miei fedeli!!- La voce, amplificata dagli altoparlanti,
serpeggiò tra la gente. Esaltando i cuori, pompando il sangue,
innalzando gli spiriti che nella loro vita non avevano conosciuto altro
che il culto. La valle era piena di gente, forse trecentomila persone,
forse qualcosa di più. Sono il vertice, pensò l'uomo che
sormontava il palco davanti a quell'enorme folla, il cui corpo si stava
disfacendo piegandosi alle leggi dell'età, i cui capelli, seppur
lunghi erano radi e sottili. Sono la loro guida, combattono la mia guerra
santa, la consapevolezza di tanto potere gli diede le vertigini come succedeva
ogni volta che si soffermava a pensarci. -Questa notte gli spiriti mi
hanno parlato. - Era questo il potere che aveva, il potere della magia
e della superstizione. Gli uomini vogliono credere in qualcosa e lui gliel'aveva
data. Aveva creato il culto con abili stratagemmi e qualche piccolo trucco,
ogni infante che nasceva nel suo esercito veniva immediatamente indottrinato.
-Ho tracciato i sacri simboli per chiedere consiglio al mondo degli invisibili.
- A queste parole tutti gli sguardi davanti a lui si fecero circospetti.
Chi si guardava intorno preoccupato. Chi, senza nemmeno rendersene conto,
si faceva piccolo piccolo in mezzo alla gente. Chi stringeva l'impugnatura
della propria arma, ben conscio del fatto che a nulla gli sarebbe servita
contro coloro che sono già morti. Madri stringevano più
vicini i figli. Mariti si accostavano alle mogli. -Il verdetto è
stato chiaro e irrevocabile. - Studiò una pausa, mentre le centinaia
di migliaia di persone davanti a lui restavano incastrate nelle sue parole,
impantanate negli abili gesti e negli svolazzi della sua veste immacolata.
-Guerra!!!- Gridò alzando le braccia. Il boato fu immenso. Come
ruggito di un'unica enorme bestia, fatta di migliaia di spire. Seguito
dal suono delle armi che ognuno dei trecentomila impugnava, chi spade,
chi mazze, chi bastoni o catene.
Ci vollero tre tentativi per zittire la bestia. Adorava alzare e abbassare
gli animi dei suoi uomini, ammaestrare la folla come un domatore di belve
feroci. In fondo questo era. -Il nostro mondo sta morendo. - Disse il
profeta, piegando la voce ad un tono di finta commozione. -Le riserve
di cibo scarseggiano. - Impennò il tono di voce improvvisamente:
- E' ora di prenderci ciò che è nostro!!- Di nuovo la bestia,
incitata dalle sue parole, fece sentire il suo boato, lame contro lame,
bastoni contro scudi. Il profeta socchiuse gli occhi al piacere intenso
che lo invase, lasciò che quei suoni selvaggi gli percorressero
il corpo invecchiato e decrepito.
Cosa poteva importare a lui del futuro del mondo? Contava solo il potere,
niente altro che il potere e i fili che legavano sottilmente le sue mani
alle anime di quegli uomini. Il suo esercito, la sua bestia, l'emanazione
fisica e tangibile del suo potere.
-I nostri nemici. - Continuò. -Sono arroccati al di là di
quelle montagne. E' ora di spezzare le difese della città-fortezza
e penetrare nei magazzini di quei maledetti!!- Di nuovo il verso un po'
animale e un po' metallico della bestia. Dietro di lui le ancelle-guerriere
gridavano insieme ai loro compagni. Osservò i lineamenti sfigurati
dal fanatismo e dall'odio. Un brivido di eccitazione lo pervase violento
e improvviso. Anche se il suo corpo non rispondeva più a certi
richiami come in gioventù, non aveva mai rinunciato alle loro attenzioni.
Non poteva goderne come una volta, ma godeva bene del potere che aveva
su di loro. Sempre il potere, pensò rigirandosi verso il suo esercito.
Questa sottile malattia, che prima ti accarezza dolcemente, quasi con
discrezione, mostrandoti uno spiraglio di piacere insperato; poi si insinua
dentro la carne e muove il tuo corpo per autocelebrarsi, sentimento fine
a se stesso che ti spinge in alto, sempre più in alto a gareggiare
con gli dei. Ne voleva sempre più, sempre più grande. Fino
ad ora si era limitato a raccogliere le tribù disperse e superstiziose
che vagavano per quelle terre deserte, cibandosi di animali disgustosi
o dei cadaveri che trovavano abbandonati a terra. Ma adesso il progetto
era ambizioso: assaltare uno degli ultimi avamposti della civiltà
umana. La città-fortezza di Chelem. Si diceva che là dentro
avessero ancora armi da fuoco funzionanti. Con quelle armi il suo potere
sarebbe aumentato in maniera smisurata. Di lì a poco avrebbe osservato
gli uomini lanciarsi in suo nome alla guerra, morire per lui, versando
sangue su quella polvere secca e arida che avevano per patria.
C'era voluto tempo per arrivare a questo. Era partito da un manipolo di
pochi uomini che vagavano disperati. L'abile serpente della dottrina si
era insinuato nelle loro menti, giorno dopo giorno aveva modellato il
loro modo di pensare e quello di tutti coloro che arrivavano a lui. Aveva
ucciso ogni oppositore e piegato la mente dei suoi soldati, era stato
abile, incredibilmente sottile e abile. Non c'era cosa che non avrebbero
fatto per lui e per il culto; pensavano che fosse immortale, non si era
mai fatto vedere a mangiare, nè a bere. Tutti dovevano pensarlo
sostenuto dagli spiriti. Bastava un solo sguardo del profeta a far impallidire
il più agguerrito dei suoi soldati. La paura del suo culto arrivava
tutto intorno per centinaia e centinaia di chilometri. Nessuno osava varcare
i confini segnati dai sacri simboli.
Alzò il dito nell'aria e tracciò alcuni segni. Trecentomila
teste si piegarono a terra, nessuno avrebbe osato guardare il profeta
mentre ufficiava gli antichi riti. Lo sapeva bene. Sapeva bene che anche
l'ultimo uomo in fondo alla valle, non avrebbe osato alzare la testa fino
alle sue prossime parole. Aveva fatto un buon lavoro.
Il silenzio stava sospeso sopra la bestia. Sembrava dormisse. La valle
era percorsa da un leggero vento caldo, che muoveva le vesti del profeta
e i suoi capelli. Guardò quella massa di uomini, le loro teste
chine. Le ossa dei cadaveri tutto intorno, monito a tradire il culto degli
spiriti, il prezzo da pagare per chi avesse tradito doveva stare sotto
i loro occhi costantemente. Erano i loro totem.
-Gli spiriti ci proteggono. - Gridò all'improvviso. -Andate e vincete!!!-
La bestia emise il suo grido di battaglia, che si impennò alto
sopra le loro teste rimbalzando sulla dura roccia delle montagne, tornando
indietro spinto dall'eco e ricadendo infine in mezzo a quella marea di
uomini assetati di sangue, mischiandosi a loro, alleato e sprone.
Si girarono tutti verso l'apertura della valle, da dove si vedevano in
lontananza le torri della città-fortezza di Chelem. Il profeta,
stringendo i pugni, osservò i suoi uomini partire. Più tardi
avrebbe preso uno dei pochissimi mezzi di trasporto a benzina e avrebbe
osservato, da una certa distanza, l'andare della battaglia. Ne sarebbero
morti tanti, ma questo non era importante, fondamentale era la sua guerra
santa. Dopo la sua morte, che il suo corpo dichiarava fin troppo vicina,
non ci sarebbe stato più niente.
Ma qualcosa non andava. In fondo alla valle le prime file esitavano e
quelli dietro spingevano inutilmente. Ci fu confusione nelle spire della
bestia, per un attimo sembrò un animale scosso da dolori atroci.
Poi tutto si fermò. Gli uomini giravano le spalle al profeta bloccati
da un'attesa interrogativa. Il vegliardo si accigliò e vagò
uno sguardo esitante sul fondo dell'esercito, non capiva cosa stesse succedendo.
Stava per gridare agli uomini di muoversi, quando le ultime file si separarono,
lasciando un varco in mezzo a loro. Qualcuno stava avanzando, gli occhi
vecchi del profeta non gli permettevano di vedere chi fosse. Vedeva solo
che il suo esercito si apriva per lasciarlo passare. Un brusio di allarme
corse tra gli uomini.
Dopo parecchi minuti di sospesa attesa vide un uomo avanzare.
Un solo uomo!!
Un solo uomo avanzava e il suo esercito si scostava!!
Un solo uomo e la bestia era domata!!
Un moto di furore lo colse, portandolo a stringere ancora di più
i pugni, furore per quel maledetto che aveva osato acquietare la bestia.
Chi mai poteva essere da far indietreggiare il suo esercito?
Vide che indossava gli indumenti degli abitanti della città-fortezza
di Chelem. Si chiese cosa avessero architettato quei maledetti, mentre
preparava il suo attacco aveva visto molte sentinelle osservarli dalle
montagne, forse proponevano una resa. Sogghignò a quella eventualità.
Lui non voleva pace, voleva sangue e morte. Guerra e distruzione nel suo
nome.
Le ancelle-guerriere e gli uomini della sua guardia personale avanzarono
per proteggerlo, ma all'avvicinarsi dello straniero indietreggiarono come
bambini impauriti.
-Chi sei straniero?- Chiese il profeta. Ma non ebbe bisogno di sentire
la risposta. L'uomo, un giovane, aveva il viso completamente tatuato con
i sacri simboli del profeta. Nessuno dei suoi avrebbe osato toccarlo.
Fu allora che capì l'abile mossa dei suoi nemici.
- E' un impostore!!- Gridò il profeta, la voce stridula mostrava
tutta la sua paura, gli altoparlanti non servivano certo a nasconderla.
Si rivolse alla sua guardia più abile: -Uccidilo, non vedi che
ha commesso un sacrilegio. - L'uomo era confuso, brandì la mazza
e fece un passo avanti. Lo straniero, imperturbabile salì le scale
del palco. Fissò negli occhi la guardia e aprì le braccia
come a invitarlo a colpire. L'uomo lasciò cadere la mazza, impotente
e asservito alla sua paura.
-Uccidetelo!! Ammazzatelo!! Non ha nessun potere!!- Gridava il profeta
che adesso sembrava solo un vecchio terrorizzato. Nessuno si decideva
a ubbidire. Il giovane arrivò vicino al vecchio, dominandolo con
la sua statura. Si girò leggermente verso il microfono, senza distogliere
gli occhi da lui: -Gli spiriti dicono che è arrivato il momento
di un altro profeta. -
-No!!- Gracchiò il vecchio. -Non è vero!! Non ci sono spiriti,
non c'è potere!!! Non è vero niente!!!!-
L'uomo della città di Chelem si volse verso l'ancella-guerriera
più vicina: - Uccidilo. - Lei guardò l'uomo e i suoi segni,
non seppe trattenere a lungo lo sguardo sui quei simboli che aveva imparato
a temere fin da bambina. Fece un passo e con una mossa fulminea del coltello
tagliò la gola al suo vecchio maestro.
Pubblicato sulla rivista Inchiostro N°1 anno 4° del marzo/febbraio 1998
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